SACCHINELLI MEMORIE STORICHE CARDINALE RUFFO ABATE SANFEDISTA 1799 CUOCO COLLETTA BOTTA RARO

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DOMENICO SACCHINELLI

 

MEMORIE STORICHE CARDINALE RUFFO ABATE SANFEDISTA

 

1799

 

CUOCO COLLETTA BOTTA RARO

Le contestazioni dell'abate sanfedista alle opere di Vincenzo Cuoco, Carlo Botta e Pietro Colletta -

Terza Edizione

Domenico Sacchinelli

    1799: i veri prodigi di quell’anno non furono l’occupazione francese, la repubblica partenopea
e la pretesa democratizzazione del Mezzogiorno, ma il sentimento religioso e il patriottismo delle popolazioni, lo sbarco del cardinale Fabrizio Ruffo in Calabria, l'organizzazione dal nulla di un poderosoesercito espressione di tutti i ceti sociali del Sud che, in cinque mesi, risalì    la penisola combattendo fino a Napoli alla riconquista del regno. Domenico Sacchinelli, nelle sue Memorie,
ripercorre le tappe della grande sollevazione  nazionale napoletana centrando la sua narrazione
sulla figura eccezionale del Ruffo, per nove anni ministro di Pio VI e intelligente promotore e
rinnovatore dell’attività economica e produttiva degli stati pontifici; poi vicario generale  e alter ego di Ferdinando IV,nel cui nome non solo riporta villaggi, città e castelli sotto la bandiera regia, ma coglie l’occasione per ascoltare via via le    istanze degli artigiani e dei contadini decretando l’abolizione di antiche  angherie e gabelle e ridando vigore all’agricoltura e alle industrie. L’invito  del Cardinale alla sollevazione, diffuso attraverso vescovi, preti e frati, è   accolto con strepitoso entusiasmo. Ovunque gli alberi della libertà vengono   abbattuti e la bandiera della Santa Fede innalzata a significare il riscatto     della nazione da un’occupazione straniera che si è macchiata di ruberie, devastazioni, uccisioni di massa. I caduti della Santa Fede in combattimento, ma anche gli uomini passati a fil di spada dal nemico, sommati insieme, assumono il carattere di un vero e proprio genocidio. Questa pagina della storia napoletana dimenticata, o peggio, occultata, dalla storiografia giacobina e risorgimentale    e dai loro epigoni contemporanei, riappare, nella sua limpida luce, nella   narrazione del Sacchinelli, il quale, contestando le fandonie del Cuoco, del   Botta e del Colletta, da testimone degli eventi quale fu come segretario del  Cardinale, ristabilisce serenamente la verità dei fatti, quella verità negata,  ancor oggi, dalla storiografia conformista. Di fronte al
furoreideologico dei   franco-giacobini, che, inseguendo l’utopia di trasformare il mondo, sopprime  
tutti coloro chenon vi si adeguano perché vogliono restar fedeli alle proprie   tradizioni, il Cardinale, nel corso stesso degliscontri vittoriosi, propone agli avversari perdoni e capitolazioni atti a non abbandonarli alla persecuzione  e alla disperazione. Ha una grande idea di ristabilimento della monarchia nel  segno del necessario ritorno all’ordine. E non deflette dalle sue posizioni né  di fronte all’arroganza del Nelson né di fronte alle perplessità della corte.  Fine uomo politico, grande suscitatore di entusiasmi, interprete attivo
dello  spirito giustizialista delle masse, legislatore ispirato a una tradizione non mummificata,
ma da rivitalizzare con l’eliminazione di perverse sovrastrutture, il Ruffo può essere considerato
oggi il gigante del suo tempo. Mostrò coi fatti che la fede può debellare l’ideologia e che la carità
cristiana può, anche nelle  crudeltà della guerra, ridurne gli impliciti mali, ripetendo nel tempo la sua     perenne validità. «All’epoca del 1799 non era nella Calabria miserabile campagnuolo, che nella sua
capanna non tenesse vicino al suo letto, da una parte  il Crocifisso, e dall’altra lo schioppo e la
cartocciera. Il Cardinale Ruffo, nato anch’egli in Calabria, conoscendo tal carattere, cercò sin da
principio ad    ispirare ne’ Calabresi confidenza, amicizia e coraggio. Li trattava colla massima
famigliarità; mangiava i medesimi cibi, ch’essi mangiavano, li comandava   più coll’esempio che
colla parola. Raccomandava agl’individui l’ordine nelle    marce, l’ubbidienza a’ loro capi e la prontezza ad eseguire esattamente le    operazioni, che venissero lor ordinate: a’ capi delle compagnie insinuava d’invigilare al buon ordine e di esser esatti esecutori degli ordini superiori, poiché da questa esattezza dipendeva l’esito delle azioni; ed incoraggiva tutti    a soffrire con pazienza le privazioni e le fatiche. Agli Uffiziali e bassi   uffiziali della linea raccomandava di badare efficacemente all’istruzione e  disciplina de’ soldati: e trattando tutti con familiarità, ispirava ad ognuno  fiducia, attaccamento e coraggio. ...Quella stessa mattina de’ maggio verso le   ore quindici d’Italia giunse avanti Altamura il Porporato, che per conoscere sopra qual punto conveniva portare l’attacco principale, volle girare attorno. E  cavalcando sopra il solito cavallo Arabo di pelo bianco e circondato da molta  gente, venne riconosciuto dal nemico, il quale, avendolo preso di mira, tirava continuamente alla sua direzione. Mentre col suo occhialetto stava il Cardinale esaminando lo stato delle cose, le metraglie della piazza andavano fischiando in    aria sul di lui capo: del che accortosi, disse celiando, alla folla che il circondava – «Slargatevi perché a me le palle non colgono, e mi dispiacerebbe se     alcuno di voi venisse offeso». Quella gente si allontanò subito, ed egli     spronando il cavallo uscì dal pericolo. Quelle parole, a me le palle non   colgono, servirono poi per soggetto di ridere sulla sciocchezza di taluni, i                           quali mostravano di credere, che il Cardinale fosse inciarmato; espressione Calabrese, che dinota difeso da incantesimo».

 

 

Numero di pagine: 422

 

Prefazione di Francesca Garisto

 

Nota di Francesco Filia

 

Introduzione di Silvio Vitale

 

Terza Edizione

 

Editore: Controcorrente

 

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